E' stata una bella serata ieri da Bibli. Una serata partecipata e sentita, nessuna presenza di rito ma solo voglia di parlarne.
Questa dura analisi del sistema politico italiano è del 1981. Faceva parte della famosa intervista che Eugenio Scalfari fece a Enrico Berlinguer e nella quale il termine “questione morale” fu utilizzato per definire quella che appariva un'emergenza nazionale.
Oggi la celebrazione dell’intervista è evidentemente un pretesto. Un pretesto per constatare che a distanza di 27 anni, a 15 anni da “mani pulite”, la situazione politica è cambiata, ma forse in peggio; infatti se nel 1981 Berlinguer poteva rivendicare la propria “diversità”, gli ultimi fatti della sanità abruzzese ci ricordano che la questione morale oggi non ha più colori e non ha più frontiere geografiche.
Oggi però celebriamo purtroppo anche un’assenza; l’assenza della politica, non certo quella dei neonati circoli democratici che affollano questa sala, ma quella del gruppo dirigente che ha declinato puntualmente, complice anche forse la data infausta, i nostri numerosi inviti. Una assenza sospetta che non può che essere frutto della volontà precisa di non affrontare il tema; della volontà di non smuovere le acque in cui ci si è impantanati, atteggiamento che non può che porgere il fianco a quella cultura dell'antipolitica urlante che vede tutta la classe politica sullo stesso piano.
E nel Partito Democratico si consolida quel distacco che pure avevamo riscontrato tra le dichiarazioni pubbliche della classe dirigente e la piazza Navona dell’ 8 luglio; con quasi il 50% dei democratici mentalmente in piazza e il partito a condannare come populiste le richieste del suo elettorato. Questa non è miopia, è cecità.
La platea di oggi, come la piazza di ieri, non vuole mettere alla gogna la sua classe dirigente, sta solo chiedendo il compimento del processo democratico preannuciato; sa che per farlo c’è bisogno di smuovere le acque, c’è bisogno di uno strappo forte con il passato, sicuramente delicato, doloroso e complesso, che metta in discussione quella parte di generazione politica definitivamente compromessa.
Se non lo faremo, non solo avremo fallito uno dei punti principali del processo democratico, ma anche una delle poche possibilità per regalarci quel paese normale al quale abbiamo diritto e al quale ancora crediamo. Quel paese che, al di fuori delle rendite acquisite, riesca a garantire delle opportunità anche alle nuove generazioni.
E’ proprio alle nuove generazioni che la politica oggi deve guardare; a quelle generazioni a cui le varie sigle della prima repubblica suonano più come una canzone di Rino Gaetano, a quelle generazioni che non hanno conosciuto le ideologie, ma neanche i valori etici e morali che c'erano dietro; è a quelle generazioni che la politica deve parlare.
La grande sfida parte proprio da qui; il nuovo che si deve costruire parte proprio da questi giovani, dai loro orizzonti culturali e dal loro immaginario politico tutto da reinventare. Non basteranno i nuovi strumenti informatici, ne basterà un nuovo linguaggio per riguadagnare quel rispetto per la politica che questa generazione non ha mai direttamente conosciuto; bisognerà invece ricostruire e reinventare l’autorità stessa della politica insieme alla cultura civile del paese; e lo dovremo fare ripescando, ognuno nel proprio passato, quegli strumenti e quei valori ancora utili; ma anche passando il testimone a chi è più adatto a declinare le nuove categorie e i nuovi temi della politica.
Lo dovremo fare con una condanna chiara e univoca di questo sistema corrotto, evidenziando e valorizzando la tanta buona politica che pure fa parte della nostra realtà; lo dovremo fare utilizzando le nuove forme di partecipazione che lo stesso statuto democratico ci ha fornito; mi riferisco a quegli strumenti della democrazia diretta, come ad esempio le primarie, ma anche a un necessario e definitivo riconoscimento del ruolo territoriale dei circoli di partito; sono strumenti di partecipazione ma anche di controllo dell’operato dei propri eletti, gli unici che potranno garantire e pretendere trasparenza, rappresentanza e rinnovamento della classe dirigente. Saranno questi stessi strumenti a costruire le basi culturali della nuova politica democratica, valorizzando meritocrazia, trasparenza e buon operato.
Per chiudere. Sono convinto di una cosa; che a 27 anni di distanza il valore morale della politica, fuori dai toni giustizialisti e populisti, resti un terreno di battaglia del centrosinistra; come potrebbe l’attuale destra affrontare concretamente il tema? non ne esistono le condizioni culturali e politiche.
La questione morale dovrà essere il terreno di battaglia di tutta la sinistra e non solo di una parte di essa; non è un tema che può essere delegato in un gioco dei ruoli che aiuto solo il frazionamento del panorama politico. Se il Partito Democratico vuole rispondere alla sua ambizione maggioritaria di partito nuovo con radici antiche, dovrà fare della questione morale la sua carta di identità, obiettivo e strumento stesso del suo rinnovamento; sarà necessariamente il suo banco di prova.
Ne esistono i presupposti culturali e oggi abbiamo anche gli strumenti, grazie ad uno statuto e ad un codice etico approvato recentemente. Bene, ora impegniamoci personalmente a farli rispettare.











